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sabato 4 aprile 2009

notizie immobiliari - marco ramberti

tassi: i tagli record sono un'illusione per i consumatori

il messaggero, martedì 31 mar 09
l unità, venerdì 3 apr 09

il consiglio direttivo della bce ha deciso di tagliare il costo del denaro di altri 0,25 punti percentuali, portandolo a quota 1,25%. una decisione che segue il nuovo calo dell euribor, sceso all 1,52%. buone notizie quindi per chi ha già un mutuo a tasso variabile, in quanto potrà godere di un ulteriore alleggerimento della rata mensile. meno avvantaggiato chi invece deve ancora ottenere un mutuo: il nuovo calo dell euribor accresce infatti l incertezza del mercato e le banche reagiscono aumentando gli spread applicati, così la rata mensile non diminuisce quanto dovrebbe



dopo l'ok delle regioni, al via il piano casa

il tempo, giovedì 2 apr 09

governo e regioni hanno raggiunto un accordo sul piano casa. la versione definitiva del provvedimento consente l ampliamento del 20% di case mono e bi-familiari con cubature fino a 1000 m3. via libera alle demolizioni e ricostruzioni di edifici, residenziali e non, la cui volumetria originaria potrà essere aumentata del 35%, a patto che la ricostruzione sia accompagnata da interventi di riqualificazione ambientale e risparmio energetico. le opere di ampliamento e ricostruzione non possono interessare centri storici, edifici abusivi e aree inedificabili, mentre sono tollerate in zone degradate se portano a un miglioramento del quartiere. governo e regioni, infine, si impegnano a individuare nei capoluoghi nuovi alloggi da affittare alle categorie sociali più svantaggiate. ora le regioni hanno tempo 90 giorni per emanare leggi ad hoc, che resteranno in vigore per 18 mesi, con la possibilità di indicare percentuali differenti per l aumento delle cubature e di estendere il divieto di applicazione della norma a ulteriori ambiti, come i beni culturali e le aree di pregio ambientale e paesaggistico



zapatero aiuta i giovani in affitto con 210 euro al mese

el mundo.es, mercoledì 1 apr 09

il "piano casa" del governo spagnolo approvato nei mesi scorsi per fronteggiare la tremenda crisi che attanaglia il paese va nella direzione dei giovani. si chiama rbe - letteralmente reddito base di emancipazione -, e prevede un aiuto di 210 euro/mese per sostenere i giovani nel pagamento del canone d'affitto. nel primo trimestre dell anno sono già state presentate 32.288 nuove domande, mentre sono già quasi centomila soggetti "aiutati". la maggior parte delle sovvenzioni si concentrano in catalogna e nella regione di madrid. il 64,2% dei soggetti che già ricevono l aiuto ha un età compresa tra i 26 e i 29 anni, il 29,2% ha meno di 25 anni, mentre il 6.6% è composto da trentenni, il limite massimo per poter beneficiare del sostegno statale



modello unico, alcuni consigli sulla dichiarazione di redditi immobiliari

corriere della sera, lunedì 30 mar 09

la compilazione del quadro b del 730 riguarda i proprietari di immobili e chiunque possa far valere un diritto reale (usufrutto, uso, abitazione) su un bene. non è obbligato a presentare la dichiarazione chi nel 2008 ha ottenuto redditi immobiliari inferiori a 500 euro. per ciascun fabbricato posseduto bisogna indicare rendita catastale, modalità di utilizzo (abitazione principale, pertinenza, immobile locato o altro uso) e periodo di possesso, espresso in giorni. l abitazione principale e le sue pertinenze non saranno poi soggette a tassazione, mentre aumenta la pressione fiscale applicata alle seconde case: la rendita che ne deriva verrà rivalutata del 5% e aumentata di 1/3. la maggiorazione non si applica se il proprietario risiede all estero, se la prima casa è temporaneamente disabitata e non utilizzata, se l immobile è dato in uso gratuito a un familiare che vi abbia la residenza oppure se è in comproprietà ed utilizzato come abitazione principale da uno o più comproprietari



ristagna il mercato immobiliare pugliese

gazzetta del mezzogiorno, mercoledì 31 mar 09

segnali di stanchezza per il mattone pugliese, che fino al 2007 ha trainato l economia regionale: vendite giù del 16% nell ultimo anno, prezzi in calo (-5%) e dilatazione dei tempi di vendita, con una media di 12 mesi per concludere una transazione. la staticità del mercato regionale è il risultato del mancato incontro tra domanda e offerta: da una parte, chi cerca casa si aspetta prezzi molto più bassi rispetto a quelli richiesti e attende una discesa più decisa delle quotazioni; dall altre parte, chi vende non è disposto ad abbassare le proprie pretese e preferisce piuttosto ritirare l offerta dal mercato. una situazione bloccante, tanto che anche i costruttori, pur avendo ottenuto le licenze, aspettano tempi migliori per avviare i cantieri



a rimini è un buon momento per comprare

il resto del carlino, giovedì 2 apr 09

secondo la fiaip di rimini, il mercato immobiliare della città conoscerà una ripresa già nel corso del 2009. lo storico eccesso di offerta rispetto alla domanda ha sospinto giù i prezzi delle abitazioni (-10% nell ultimo anno) tanto che - sempre a giudizio degli esperti fiaip - difficilmente scenderanno più di così. ottimistico il dato riguardante i mutui: nell ultimo trimestre del 2008, a rimini le richieste di nuovi prestiti sono aumentate del 10%, unico dato positivo nella regione contro i cali registrati a bologna (-2%), parma (-9%), modena (-13%) e reggio emilia (-23%). un segnale di ripresa interpretato come un impulso decisivo per la risalita, per questo motivo è giunto il momento di comprare



in uk aumentano i mutui e le quotazioni immobiliari

guardian.co.uk, martedì 31 mar 09
guardian.co.uk, giovedì 2 apr 09

dall ultima indagine condotta da gfk nop emergono finalmente buone notizie sul fronte mutui in uk. complice il calo dei prezzi (-20% su base annuale) e il taglio dei tassi di interesse deciso dalla banca d inghilterra, a febbraio sono stati approvati 37.937 nuovi prestiti, +19% rispetto al mese precedente, il più alto valore raggiunto da maggio 2008. marzo invece segna un inaspettato, lieve aumento delle quotazioni immobiliari: stando ai dati diffusi da nationwide building society, si tratta di un misero +0,9%, che però frena la parabola discendente iniziata 16 mesi fa. tuttavia una rondine non fa primavera, avvisa colin ellis, economista della daiwa security, e per l anno in corso si attendono nuove flessioni. nello specifico di ogni regione, l irlanda del nord registra il calo più importante (-29% rispetto allo stesso periodo del 2008), seguita da scozia (-12,6%) e galles (-8,3%)



manutenzione della casa: l'iva agevolata al 10% è permanente

milano finanza, sabato 28 mar 09

il 10 marzo scorso il consiglio ecofin ha permesso ai paesi membri dell ue di rendere permanente l applicazione dell iva agevolata al 10% sugli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici ad uso abitativo, una decisione che pone fine alle continue proroghe cui è stata soggetta l agevolazione (l ultima fissava il termine al 31 dicembre 2011). l aliquota agevolata si applica agli interventi di restauro e risanamento conservativo , di ristrutturazione edilizia e di ristrutturazione urbanistica di edifici residenziali, mentre sono escluse le opere di manutenzione di edifici non residenziali e i materiali che costituiscono una parte significativa del servizio reso , elencati dal decreto 29 dicembre 1999



a milano due loft su tre non sono in regola

corriere della sera, mercoledì 1 apr 09

il mercato immobiliare milanese conta 70mila loft, di cui i due terzi sono accatastati c3, cioè come laboratori. l agenzia delle entrate ha avviato un controllo a tappeto per individuare le abitazioni non in regola e carlo masseroli, assessore al territorio, ha emanato una circolare in cui ricorda che abitare in aree non residenziali , prive cioè del certificato di abitabilità, è un comportamento sanzionabile. le zone più a rischio sono tortona, bovisa, dove per un loft si chiedono in media 2.200 euro/m2, e zona navigli, dove il costo medio è pari a 5.500 euro/m2



gennaio gelato per l immobiliare usa: -19%

bloomberg.com, martedì 31 mar 09

negli usa le quotazioni immobiliari segnano un nuovo record negativo. in base all ultimo indice case-shiller, che rileva l andamento dei prezzi delle abitazioni in 20 città statunitensi, a gennaio questi hanno perso in media 19 punti percentuali rispetto a un anno fa. le peggiori sono state le città di phoenix (-35% su base annuale), las vegas (-32,5%) e san francisco (-32,4%). meglio invece per dallas (-4,9%), denver (-5,1%) e cleveland (-5,2%). l analisi condotta parla anche di un nuovo calo di fiducia da parte dei compratori americani, preoccupati dalle rate del mutuo e dal rischio di perdere il posto di lavoro

venerdì 3 aprile 2009

La crisi immobiliare non frena Re/Max

ilGiornale.it

aiuto La crisi immobiliare non frena Re/Max che cresce e si rafforza in Italia. Con un 2008 chiuso in crescita e un 2009 che presenta buone opportunità di sviluppo che scaturiscono proprio dalla crisi economica che sta investendo i mercati finanziari.
Dall'Osservatorio del mercato condotto da Re/Max Italia presso il suo network di agenzie affiliate, dopo una sensibile discesa dei prezzi avvenuta nel quarto trimestre 2008, il primo trimestre 2009, seppur lentamente, sta segnando un consolidamento dei prezzi ed una sostanziale tenuta del mercato.
Per il 56% del campione intervistato i prezzi rimarranno stabili, mentre il 42% degli intervistati è più prudente e si attende ancora un lieve allineamento verso il basso dell'ordine del 5% con una conseguente stabilità di mercato. I più ottimisti (2%) avvertono già la ripresa.
Dall'indagine emerge che a credere nel mattone, al primo posto, sono le famiglie secondo il 54% degli intervistati, a seguire le coppie per il 38% degli intervistati ed infine i single per 8% del campione.
Fattore decisivo per l'acquisto dell'immobile è l'ubicazione: si predilige un appartamento magari di minori dimensioni ma in una zona centrale di un capoluogo di provincia.
Intanto Re/Max Italia ha archiviato un 2008 in crescita, nonostante il rallentamento del mercato immobiliare. Con un fatturato aggregato del network, composto da 220 agenzie affiliate sull'intero territorio nazionale, di 47 milioni e 325 mila euro nel 2008, archiviando un +5% rispetto allo scorso anno e con 40 nuovi contratti di franchising siglati.
Il valore intermediato dal network Re/Max Italia nel corso del 2008 è stato di 946 milioni e 500 mila euro con 12.620 transazioni ed ha segnato un +5% rispetto al 2007 dove il fatturato è stato di 905 milioni di euro ed il numero di transazioni eseguite pari a 12.070.
Mentre il mercato immobiliare ha registrato una flessione del numero di transazioni di circa il 20% rispetto all'anno scorso, un allungamento dei tempi di compravendita che superano i sei mesi, con una conseguente selezione degli operatori ed un relativo consolidamento del settore.
«La nostra carta vincente – sottolinea Dario Castiglia, Presidente Re/Max Italia – è il nostro modello organizzativo, la nostra professionalità e la capillarità sul territorio nazionale, tutti plus che ci consentono di conoscere in modo approfondito l'andamento del nostro mercato, facendo incontrare domanda e offerta, grazie al sistema Mls, il nostro market place, che consente la condivisione del portafoglio immobili nella nostra rete».
La condivisione del portafoglio incarichi tra i consulenti immobiliari Re/Max facilita la vendita degli immobili grazie ad una riduzione dei tempi, ad una migliore promozione ed alla individuazione del corretto prezzo di realizzo, garantendo al cliente trasparenza, onestà - con il rispetto di un "Codice di Etica Immobiliare" - ed il supporto in ogni fase del processo di compravendita pre e post vendita.

mercoledì 1 aprile 2009

Decolla il piano casa ma Berlusconi pensa già alla fase due

di Giovanni Lombardo
1 Aprile 2009
www.loccidentale.it

Il piano casa può decollare, ma Berlusconi guarda già alla fase due che prevede nuovi insediamenti urbanistici nelle città. La conferenza unificata delle autonomie locali stamattina ha approvato il testo dell’accordo siglato ieri notte tra comuni, province, regioni e governo. Il provvedimento, che consentirà di ampliare le cubature degli immobili già esistenti del 20%, alla fine ha messo tutti d’accordo. E di colpo sono state spazzate via le accuse di incostituzionalità e l’allarme cementificazione lanciato dall’opposizione. Adesso tutti riconoscono i benefici di una misura anti-crisi che va a sostegno delle imprese di costruzioni, dell’indotto e dei cittadini. Le regioni dovranno approvare entro 3 mesi leggi ispirate agli obiettivi dell’accordo stesso. Mentre entro dieci giorni il governo emanerà un decreto legge per semplificare le procedure amministrative in materia edilizia.

«Sono soddisfatto per l’accordo raggiunto – ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi - un’altra intesa importante dopo quella sugli ammortizzatori sociali. Ringrazio le Regioni per la collaborazione istituzionale». L’auspicio del Cavaliere è che il piano casa metta in moto risorse considerevoli. «Se il 10% degli abitanti e proprietari di case mono e bifamiliari ricorreranno agli interventi previsti dal piano, avremo almeno 60-70 miliardi di euro immessi nell'economia e tolti dai depositi in banca, vale a dire 4-5 punti di Pil che potrebbero muoversi». Il premier, però, guarda già avanti: «Questo non è il piano casa, è un intervento di ampliamento delle abitazioni, è un piano famiglia più che un piano casa». Quali sono allora le intenzioni per il futuro? Berlusconi le spiega al termine del Consiglio dei ministri sull’intesa Governo-Regioni. «Un insediamento urbanistico in ogni capoluogo di provincia, per venire incontro alle esigenze di nuove case per chi la casa non ce l’ha, per i giovani, per chi non può permettersi l’affitto». E aggiunge: «Il mio sogno è vedere realizzazioni all'avanguardia dell'urbanistica».

Intanto anche il presidente della conferenza delle Regioni, Vasco Errani, è soddisfatto per l’accordo raggiunto. Quella delle regioni, e degli enti locali «non è stata una astratta battaglia di competenze – ha commentato - si è trattato di far rientrare nelle regole e nei binari giusti la questione». Ma quali sono le differenze tra il testo circolato la settimana scorsa (e che Berlusconi aveva comunque definito non ufficiale) e l’accordo siglato oggi? Innanzitutto non ci saranno deroghe alle leggi regionali, non ci sarà la possibilità di vendere gli immobili, nè saranno possibili cambi di destinazione d’uso. Tutti gli interventi saranno compiuti dentro le regole e nel rispetto degli strumenti urbanistici. Gli ampliamenti degli immobili, si legge nell’intesa Governo-Regioni, saranno possibili entro il 20% della volumetria esistente, per immobili che non superino i 1.000 metri cubi e fino a un massimo di incremento di 200 (in sostanza si tratta di villette mono e bifamiliari). Il limite di ampliamento sale al 35% nel caso di demolizioni, il tutto nel quadro di norme di sostenibilità ambientale ed efficienza energetica, quindi utilizzando tecniche di bioedilizia. Il Governo e le Regioni «ribadiscono la necessità assoluta del pieno rispetto della vigente disciplina in materia di rapporto di lavoro» anche dal punto di vista previdenziale e assistenziale e nella sicurezza dei cantieri.

Gli ampliamenti di volumetrie si riferiscono solo all’edilizia residenziale (saranno esclusi i condomini) mentre i centri storici e tutte le aree protette non verranno toccate dal piano casa.

L’accordo raggiunto con le Regioni, tutto sommato, non modifica granché il piano casa originario. Ma tende a fissare alcuni paletti di garanzia per la tutela del territorio, ribadendo a più riprese che tutto si muoverà nel «pieno rispetto dei programmi urbanistici». Stabilito ciò, è innegabile che la misura presenta una serie di vantaggi. Innanzitutto rappresenta un formidabile volano per dare slancio all’economia. Soprattutto in questo momento di crisi. E i benefici saranno per tutti. L’edilizia è un settore che riguarda imprese, piccoli artigiani, servizi, trasporti. Molte persone che hanno perso il lavoro potrebbero trovare nuove opportunità grazie a questo provvedimento. Non solo. Molte famiglie troveranno conveniente ampliare e ristrutturare la propria abitazione a prezzi vantaggiosi. Un esempio sulle materie prime: a settembre dello scorso anno il ferro, necessario per realizzare la struttura delle case, costava circa 480 euro a tonnellata, oggi un impresa paga intorno ai 140 euro. I minori costi di produzione si rifletteranno inevitabilmente anche sui prezzi al consumo.

L’unico rischio è che le regioni impieghino troppo tempo per varare le leggi e che la misura scatti in ritardo. Ma su questo punto Berlusconi è fiducioso: si farà in fretta. Ecco perché il premier ha già annunciato: «I padroni di casa possono cominciare da oggi a chiamare i progettisti e commissionare i lavori».

lunedì 30 marzo 2009

Ostacolare il piano casa non giova a nessuno

di Vito Schepisi

26 Marzo 2009


Con la proposta del “Piano Casa” annunciato dal Governo ci sarebbe da porsi dinanzi a due quesiti. E’ vero che le domande si intreccerebbero a loro volta con numerose altre di ordine economico, ambientalista, burocratico ed utilitaristico, ma è anche vero che tutte le questioni relative a scelte ed iniziative che coinvolgono interessi, ambiente, sviluppo, lavoro e persino il gusto estetico, inevitabilmente finiscono per essere centro di dibattito e di scontro. Arrendersi per evitarlo, specialmente in una stagione di crisi recessiva, finirebbe solo per premiare l’immobilismo ed il partito del “no”.
Non si può non riflettere sul susseguirsi degli ostacoli che finora hanno solo frenato il Paese e che hanno ritardato il suo processo di sviluppo, rendendolo più vulnerabile, meno sicuro, a rischio ambiente per carenza di dotazioni tecniche (come si è visto per Napoli), con meno servizi, poco autonomo per la dipendenza verso gli altri paesi (comunitari e non ) e senza infrastrutture di alto profilo tecnologico e di effettiva integrazione del territorio e delle comunità. Un paese senza rapidità nelle risposte è spesso un paese perdente e, cosa ancora più grave in tempi di globalizzazione, diviene un’entità nazionale tagliata dalla domanda e dal mercato.
In fin dei conti si vorrebbe solo che ci fosse meno pregiudizio, ma che restassero tutte le garanzie della democrazia e dei diritti di ciascuno. Il pregiudizio, ed un sistema costituzionale troppo legato all’equilibrio dei poteri, rendono alla fine un servizio contrario alla stessa democrazia che deve essere scelta e non vincolo: deve essere la soluzione, con il potere esercitato dal popolo e non la causa stessa del problema.
Il primo quesito attiene all’opportunità economica di dar impulso al settore edilizio, fermo per mancanza di mercato, per far muovere la domanda e rilanciare l’economia. L’edilizia coinvolge settori diversi, ed anche differenti tra loro, e fa scorrere quel fiume, al momento rinsecchito per mancanza di affluenti, che è la circolazione del danaro. L’edilizia è anche il bene rifugio su cui milioni di italiani sono disposti ad investire ancora i loro risparmi e su cui nutrono ancora la fiducia di non restarne traditi e, soprattutto, di non doversi ritrovare vittime di sofisticati prodotti di ingegneria finanziaria che hanno ridotto o azzerato i loro portafogli.
Il secondo quesito, invece, attiene alle soluzioni della crisi abitativa del Paese, al reale esercizio dei diritti di ciascuno, alle occasione per ridurre il degrado ambientale, al rilancio stesso dell’edilizia popolare, al diritto liberale di poter disporre della proprietà con interventi conservativi, di ristrutturazione e di ampliamento nel rispetto dei vincoli e dell’impatto ambientale, e senza doversi far carico di procedure lunghe, estenuanti, difficili, spesso troppo onerose e quasi sempre avvolte da dubbi di privilegi ed ostacoli, dosati per clientelismo o interesse privato.
La risposta di buon senso ai due quesiti non può che essere positiva. Per il primo, i dati dell’osservatorio della Cgia di Mestre - associazione di artigiani e piccole imprese che fornisce dati riconosciuti attendibili sui fenomeni di natura economica, commerciale ed occupazionale - stimano in 79 miliardi di Euro, in più anni, il volume di affari che deriverebbe da questa iniziativa ed in 745.000 i nuovi posti di lavoro che si creerebbero nel settore edilizio e nell’indotto.
Sarebbe un risultato straordinario che di per se, in termini statistici, annullerebbe gli effetti della crisi per la perdita ipotizzata dei posti di lavoro e per le previsioni della riduzione del Pil. Il fatturato è ipotizzato dalla Cgia di Mestre sulla base di percentuali molto prudenti, sia per il rifacimento delle vecchie costruzioni (appena l’uno per cento), che per l’ampliamento di quelle dove sarebbe possibile l’aumento della cubatura (solo il 10 per cento).
Per il secondo quesito ci sarebbe da chiedersi se il saccheggio del territorio, nel passato, sia attribuibile ai privati che hanno chiesto le licenze edilizie o a coloro che non le hanno mai chieste, contando su sanatorie e condoni? Se sia stato attuato da coloro che chiedono di utilizzare spazi possibili, con l’aumento delle cubature nelle forme compatibili con il decoro architettonico, o da coloro che, non si sa come, ottenevano licenze edilizie in zone di interesse artistico ed ambientale?
Il Paese e le parti politiche, sociali, professionali ed intellettuali, anziché porsi questi due semplici quesiti, che fanno? Fanno, invece, a gara per porre ostacoli burocratici e ….costituzionali!

domenica 29 marzo 2009

immobiliare - real estate news - marco ramberti

News Alert
from The Wall Street Journal


Existing-home sales rose 5.1% in February, climbing above expectations, but prices plunged again. Home resales climbed to a 4.72 million annual rate, from January's unrevised 4.49 million annual pace, the National Association of Realtors said.

Foreclosures and short sales reflect about 45% of total existing-home sales. With so many distressed sales, the median price for an existing homes fell. At $165,400 in February, the median price was down 15.5% from $195,800 in February 2008. The median price in January this year was $164,800.

giovedì 26 marzo 2009

mercoledì 25 marzo 2009

Nessun decreto per il piano casa. Si accelera sulle abitazioni low-cost

di Pietro Moroni

Nessun dietrofront: il piano casa serve per rimettere in pista la locomotiva edilizia e si farà, ma non venerdì per decreto. Dopo il faccia a faccia tra Governo e Regioni, l’Esecutivo ha deciso di far ripartire il confronto nei prossimi giorni con l’obiettivo di trovare un’intesa entro martedì, poi sarà convocata una nuova conferenza Stato-Regioni.

Il piano casa potrebbe quindi incontrare la strada del disegno di legge (anziché del decreto). Alla base della decisione del premier Silvio Berlusconi ci sarebbero sia i dubbi del Quirinale sia la posizione ferma delle Regioni, da cui è comunque emersa una linea comune: si può lavorare per trovare una soluzione. A pesare, anche il pressing del ministro per le Riforme Umberto Bossi che oggi aveva ribadito l'importanza di trattare prima di varare un decreto. "Ieri sera l’ho detto a Berlusconi che molte Regioni, ad esempio la Lombardia, hanno già il loro piano casa. Meglio trattare con loro e trovare l’accordo, così si evitano scontri", aveva detto il leader della Lega nel pomeriggio parlando con i giornalisti alla Camera.

Far ripartire l’edilizia equivale a dare una spinta all’economia in un periodo di ciclo negativo ed è per questo che il Governo non può (e del resto non intende) fare marcia indietro. Il provvedimento sulla casa, ha ricordato Berlusconi, riguarda "quasi il 50% delle abitazioni, che sono monofamiliari o bifamiliari. Dalle ultime notizie che abbiamo sono il 25-28% delle monofamiliari e il 13-15% le bifamiliari. Quindi il provvedimento - ha aggiunto il premier - riguarderà quasi il 50% delle famiglie italiane e non le ville come ho letto stamattina".

Non solo: nel corso del vertice con le Regioni il Cavaliere avrebbe parlato anche della possibilità di realizzare delle “new town” attorno ai grandi centri abitati: nuovi quartieri residenziali in edilizia economica popolare destinati a far fronte al problema abitativo per giovani coppie e famiglie con redditi non elevati. Si tratterebbe del piano da 550 milioni di euro varato in accordo con le Regioni lo scorso 6 marzo. Il progetto sulle abitazioni low cost di edilizia pubblica, che offre un terreno d'intesa con le Regioni in vista del tavolo tecnico-politico deciso oggi, vedrebbe ora un'accelerazione da parte del governo, per approdare al più presto all'esame del Cipe. “Un grande piano per la costruzione di nuove abitazioni per le giovani coppie e le famiglie in difficoltà”, lo ha definito il premier. Le misure sull'edilizia privata, ha puntualizzato, “non sono il piano casa, ma riguardano un settore in particolare. E invece noi siamo consapevoli dell'esigenza di tante famiglie e di tanti giovani che si sposano e che non sono in grado di avere una casa. Come abbiamo promesso in campagna elettorale, d'accordo con le Regioni, noi abbiamo immaginato un progetto per la costruzione di abitazioni in tutti i capoluoghi di provincia”. Sul progetto, ha continuato Berlusconi, “verranno mobilitate le Regioni, i Comuni, il sistema bancario italiano e tutte le industrie delle costruzioni”.

E archiviato il dl, anche il Pd apre alla trattativa. Il segretario Dario Franceschini ha dichiarato la disponibilità del suo partito a discutere il nuovo piano casa. "Il Pd è pronto ad un confronto a patto che ci siano sufficienti garanzie a tutela del paesaggio, a condizione che siano norme che non facciano correre il rischio di una devastazione del paesaggio. Su questo saremo intransigenti", ha detto il segretario prima di lanciare la solita freccia avvelenata all’indirizzo del Premier: "È evidente – ha aggiunto - che non si può governare con gli slogan. È stato ritirato il decreto-cementificazione che avrebbe creato danni spaventosi, adesso si vuole fare un piano casa d’intesa con le Regioni, i Comuni, che rilanci l’edilizia e risolva la questione abitativa...".

Immancabile, l’attacco dell’Italia dei Valori. “Berlusconi ancora una volta ha preso in giro gli italiani - ha detto il capogruppo alla Camera dell’Italia dei Valori, Massimo Donadi - Il tanto sbandierato piano casa in realtà dà solo la possibilità ai ricchi di ampliare ville e villette in campagna. Un’altra dimostrazione che il governo fa spot e cerca di affrontare la crisi economica solo con la politica degli annunci". Peccato che nel giro di pochi giorni, insieme con la corsa al piano casa, l’Esecutivo abbia teso la mano alle Pmi, tagliato il nastro dell’alta velocità con il Frecciarossa, e stia procedendo all’inaugurazione del termovalorizzatore di Acerra.

www.loccidentale.it

martedì 24 marzo 2009

E' la classe media la vera vittima della crisi, ma non solo in Occidente

di Giuseppe Pennisi
23 Febbraio 2009

Ogni crisi ha le sue vittime. Della crisi finanziaria ed economica in corso dalla metà del 2007 la prima vittima apparente, in ordine temporale, è stato il variegato mondo di banchieri (ai piani più alti) e di promotori finanziari (a quelli più bassi) colpiti dall’esplosione della “bolla” subprime. Quasi tutti, in un primo momento, hanno perso i premi di produzione. Molti, in un secondo, hanno perso anche il posto.

In parallelo, crescevano, soprattutto negli Stati Uniti, altre vittime, per così dire, “immediate” della crisi: coloro che si erano illusi di comprare case (i cui valori sarebbero cresciuti senza cessa) grazie a facilitazioni finanziarie che si sono rivelate veri e propri bidoni; l’ascesa delle valorizzazioni dell’immobiliare si è, dapprima, fermata e, poi, trasformata in una rapida discesa, con molte case nuove di zecca che finivano all’asta pubblica.

Successivamente, le vittime della crisi sono parse essere le banche, finite in un gioco più grande di loro: dopo avere creato una vasta gamma di strumenti (mirati a eludere regolazione e, soprattutto, vigilanza) si sono trovate come l’apprendista stregone di Paul Dukas. A forza di tentare di essere più furbi del vicino, costrette a non fidarsi le une della altre ed a non avere alcuna certezza sulla consistenza dei loro portafogli, delle loro attività finanziarie ed anche dei loro stessi stock di capitale.
Adesso un dotto paper di Martin Ravallion della Banca Mondiale (World Bank Policy Research Working Paper N. 4816 , disponibile sul sito dell’istituto oppure richiedendolo a mravallion@worldbank.org) pone l’accento sul fatto che la vera vittima di questa crisi è quella che possiamo definire la classe media dei Paesi in via di sviluppo.

Il lavoro statistico di Ravallion definisce “classe media occidentale” dei Paesi emergenti coloro che non sarebbero classificati “poveri” se si seguissero gli standard degli Stati Uniti (in termini di reddito e quel che più conta livello e tipologia di consumi). Sempre secondo i calcoli di Ravallion (ampiamente utilizzati, ma con una certa disinvoltura, in un lungo servizio del settimanale britannico “The Economist”), nel 1990-2002, 80 milioni di uomini e donne dei Paesi in via di sviluppo sono entrati a fare parte della “classe media (di tipo) occidentale”; un altro 1,2 miliardi di persone tuttavia (quattro quinti in Asia e metà in Cina) sono usciti dalla povertà estrema e diventati elementi della “classe media del Terzo Mondo” che vivono in standard in Europa e negli Usa considerati molto bassi ma che riescono, per la prima volta in millenni, a mettere insieme il pranzo con la cena. Sono un gruppo – dice Ravallion – molto “vulnerabile” dato che una persona su 6 nei Paesi in via di sviluppo sopravvive con un reddito tra 2 e 3 dollari Usa al giorno. Al più piccolo fruscio, rischiano di tornare alla povertà estrema.

E’ questa nuova “classe media”, tra l’altro, che è stata il motore dell’export e degli investimenti dall’Europa e dagli Usa verso lande lontane, specialmente, in Oriente (sino a due decenni fa del tutto ignote alle piccole e medie imprese del Vecchio Continente e del Nord America). Secondo Daron Acemoglu del Massachussetts Institute of Technology, la retrocessione di coloro che hanno pensato di essere la nuova “classe media” mette a repentaglio il progresso verso regimi democratici, anche se tentennante, avvertitosi in questi ultimi anni in alcune regioni (dell’Asia ma non solo). Si sa molto poco ad esempio delle tensioni socio-politiche innescate in Cina dalla chiusura (negli ultimi sei mesi) di 20 milioni di posti di lavoro nell’industria manifatturiera e (secondo le notizie che appaiono sulla stampa internazionale) costretti a migrare verso campagne lasciate dai loro padri (ove non dai loro nonni) – dove non c’è occupazione produttiva per chi ha fatto il metallurgico od il chimico anche in quanto la rivoluzione tecnologica ha comportato un aumento delle rese agricole.

E’ un problema unicamente dei Paesi in via di sviluppo e della loro nuova “classe media”? Non ci sono – che io sappia – analisi analoghe a quelle di Ravallion per i Paesi Ocse; ne comparirà probabilmente una nel prossimo “Employment Outlook”, che verrà diramato in giugno. Tuttavia, l’aumento della disoccupazione colpisce principalmente la “classe media” dei Paesi ad alto reddito medio. Nella Penisola, relazioni della Banca d’Italia calcolano in a 2,4 milioni i lavoratori particolarmente “a rischio” in quanto con confratti a termine (di vario tipo e natura) in una fase di domanda calante di beni e servizi e, quindi, di contrazione della produzione e dell’impiego.

Acemoglu (lo abbiamo visto) vede nella retrocessione della “classe media” dei Paesi in via di sviluppo una minaccia nel cammino verso la democrazia. Una minaccia analoga nei Paesi Ocse – tanto più che, come sappiamo, la Grande Depressione degli Anni Trenta sfociò, in alcuni Paesi, in totalitarismi. Lascio la risposta ai politologi. Credo, però, che nel mondo occidentale ormai le tradizioni democratiche hanno radici profonde e non saranno messe in pericolo (soprattutto se sapremo ristrutturare i nostri sistemi di welfare). Più complesso formulare ipotesi per i Paesi dell’Europa centrale ed orientale (tra cui alcuni ora appartenenti all’Ue) in transizione dal piano al mercato ed il cui percorso da regimi comunisti alla democrazia non è ancora compiuto, oppure è stato terminato solo di recente.

La crisi finanziaria minaccia l'Ue

di Giuseppe Pennisi
27 Febbraio 2009

Quando, domenica primo marzo 2009, i Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea (Ue) si incontreranno a colazione nel piuttosto anonimo palazzone Justus Lipsius (un filologo ed umanista fiammingo del XVI secolo) per una seduta straordinaria del Consiglio Europeo, il loro obiettivo sarà quello di tentare di forgiare una posizione comune prima di presentarsi al resto del mondo alla riunione del G20 in programma il 2 aprile a Londra.

I “quattro grandi” dell’Ue (Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia) hanno svolto il loro compitino preparatorio con una colazione di lavoro la domenica precedente a Londra: ne è uscito un invito forte a chiaro a favore di una nuova regolazione internazionale - di cui sarebbe elemento servente una riforma del Fondo monetario, Banca mondiale, Financial Stability Forum ed un’altra mezza dozzina di organizzazioni internazionali. La posizione dei “quattro” è, senza alcun dubbio, utile poiché traccia una prospettiva ed indica una direttiva per i 27 – prospettiva e direttiva molto più chiare e molto più lineari da quelle che si deducono dal “Messaggio sullo Stato dell’Unione” presentato all’inizio della settimana dal Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, al Congresso. Data la sua posizione nella comunità internazione, l’Ue ha senza dubbio un dovere, prima ancora che un titolo, a presentare i lineamenti di un percorso per uscire dalla crisi. Specialmente se, in materia, gli Usa obamiani sono contradditori, e guardano più ai loro problemi interni che al resto del mondo.

La colazione di lavoro dovrebbe servire ai Capi di Stato e di Governo per riflettere su un tema poco dibattuto: la crisi finanziaria sta minacciando l’Ue in quanto Unione oltre che i singoli Stati, alcuni settori (quello dei servizi finanziari in primo luogo, ma anche il manifatturiero), l’economia reale in senso lato e l’occupazione.

La crisi è una mina per le istituzioni dell’Unione. Proprio mentre i “grandi” a Berlino delineavano una strategia di regolazione “mondialistica” (e si mostravano contrari a nazionalizzazioni bancarie, ed a “bad banks” sia nazionali sia multilaterali) dai cassetti della Commissione Europea bozze di direttive che invece prevedevano proprio nazionalizzazioni bancarie e “bad banks”.

La Gran Bretagna, a Berlino, si è mostrata unita agli altri “grandi”; a Londra, a Washington ed a Bruxelles, invece, sfoggia (ed a volte ostenta) posizioni “atlantiche” in tema di nazionalizzazioni e “bad banks”. Quindi, in seno al Consiglio Europeo neanche i quattro “grandi” sono uniti; e c’è chi fa due parti in commedia. Inoltre, all’Ecofin nessuno ha ripreso in mano il dossier dal “rapporto Lanfalussy” del dicembre 2007, che contiene suggerimenti operativi concreti per rimettere ordine nel groviglio di regolazione e vigilanza in materia di servizi finanziari tra i 27 Stati Ue; un percorso verso un riordino (se non è fattibile effettuare almeno i primi passi del riordino) è indispensabile per mostrare che l’Ue è in grado di parlare con una sola voce (o almeno all’unisono) al G20 oppure in altre sedi dove si tenta di tamponare e, se possibile, curare la crisi. Ove ciò non bastasse, l’architettura tratteggiata dai quattro “grandi” e la riforma di Fondo monetario, Banca mondiale e via discorrendo non sfiora il nodo che da dieci anni blocca analoghi piani di riassetto: in tali sedi, l’Ue avrà un seggio a titolo di Unione? Oppure Francia, Germania e Gran Bretagna conserveranno, in perpetuità, i loro seggi permanenti (da cui spesso emergono posizioni differenti) e l’Unione sarà una sorta di “fantasma dell’opera”? E l’Italia dovrà accontentarsi di uno strapuntino a mezzadria con Polonia, Grecia, Cipro, Malta e via discorrendo?

In aggiunta, ci sono una varietà di problemi immediati che riguardano i Paesi neocomunitari, alcuni indebitatisi sino al collo con titoli spazzatura nell’euforia di correre dal piano al mercato. Alcuni (Ungheria) pensano di risolverli con un ingresso accelerato nell’unione monetaria: l’euro farebbe da corazza socializzando il debito con gli altri membri del club (ma questi ultimi sono d’accordo?). Altri (Lettonia) progettano di dichiarare fallimento (come l’Islanda) - una mossa che, bene o male, inficerebbe la credibilità dell’Unione tutta. Dato che la crisi (sia finanziaria sia economica) morde soprattutto in Europa centrale ed orientale, si sono caricate la Banca europea per gli investimenti (Bei) e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) con una marea di compiti nuovi (che non paiono fare parte di un programma organico e senza che Bei e Bers abbiano le risorse, soprattutto, in personale per svolgerli); Bei e Bers rischiano di finanziare operazioni avventati con danni collaterali al loro prestigio che minacciano di durare a lungo.

Un invito ai convitati: tra un “homard” ed una “crème patissère” riflettete su questi temi.

Sulla crisi ognuno dà i numeri ma nessuno li conosce davvero

di Fabrizio Goria

27 Febbraio 2009

Passano i giorni e la crisi finanziaria peggiora sempre più. In America si combatte contro gli zombie, come sono state definite le banche a rischio default, mentre nel Regno Unito si fanno i conti con le trimestrali da brivido di Royal Bank of Scotland. Molti hanno cercato di quantificare l’esposizione che le banche, le società finanziarie e le imprese hanno nei confronti dei derivati, senza trovare una risposta certa.

L’ultimo in ordine di tempo è il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, il quale, a margine dell’audizione post G8 a Palazzo Madama, ha espresso la sua opinione sui numeri della crisi. «In questo momento il volume nazionale dei derivati, secondo i dati del Congresso degli Stati Uniti, ma anche secondo i dati della Banca dei Regolamenti, è 12,5 volte il Pil del mondo» ha affermato Tremonti, facendo riferimento al valore degli asset che compongono la base del contratto che costituisce lo strumento derivato. Il riferimento ai capri espiatori della peggior fase economica dalla Grande Depressione è chiaro: credit default swaps, asset backed securities e collateralized debt obligations sono diventati tristemente noti a partire dal fallimento di New Century Financial, nell’maggio 2007.

L’intervento del ministro ha suscitato l’interesse di molti. In effetti, pochi hanno cercato di stimare l’entità della crisi. Uno di questi è l’economista turco (con un passato in Bocconi) Nouriel Roubini, docente alla New York University. Il fondatore dell’agenzia di consulenza RGE Monitor ha fornito una stima delle perdite complessive degli Stati Uniti dopo lo scoppio della bolla immobiliare, di cui era stato preveggente nel 2006 contro i pareri di molti accademici. Una valutazione di merito, nell’ordine di circa 3,6 trilioni di dollari, considerando l’esposizione finora emersa degli istituti di credito ed ipotizzando i restanti toxic asset sulla base della situazione patrimoniale ante agosto 2007.

Sul fronte istituzionale, Bank of America ha calcolato quanto le borse mondiali hanno perso in termini di capitalizzazione dal fallimento di Lehman Brothers. La cifra diramata il 10 febbraio è spaventosa: 7,7 trilioni di dollari, circa il 14,7% dei valori globali. Le settimane nere delle piazze azionarie hanno quindi bruciato poco più di un decimo del Pil mondiale. Anche l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha stimato le perdite complessive delle borse, rimarcando quello del gennaio appena trascorso, 5,2 trilioni. Questi sono certo numeri impressionanti, ma torniamo a quanto affermato da Tremonti.

Sfogliando il World Economic Outlook dell’IMF (o il World Factbook della CIA), emerge con facilità il dato del prodotto interno lordo (a parità di potere d’acquisto) del pianeta: poco più di 70 trilioni di dollari. Ora, se si moltiplica per 12,5 volte il Pil mondiale, dovremmo avere il nozionale del mercato dei derivati, ovvero 875 trilioni di dollari, centesimo più centesimo meno. Questo significa che, se nel 2012 non ci piomba addosso il famoso asteroide atzeco, ci penseranno i derivati a distruggerci. Il vero problema, però, sta in ciò che si dice e nella sua forma.

Affermare che l’economia mondiale poggia su un terreno minato può essere veritiero, lo abbiamo visto, ma bisogna star attenti con le cifre. Prima di tutto, si deve comprendere a quale gioco si sta giocando: nella valutazione del mercato derivatives cosa entra e cosa viene escluso? Sono stati calcolati anche i mercati OTC (Over-The-Counter)? In che modo è stato valutato il leverage?

Che senso ha, nell’ottica del Congresso, fornire dati senza legittimarne a pieno la provenienza e la composizione? Specie in un momento come questo, in cui le borse percepiscono (per lo più negativamente) ogni sussurro dei governanti. L’esempio delle parole illuminanti di Ben Bernanke sulla fine della congiuntura negativa è emblematico: il rimbalzo di Wall Street è giusto durato il tempo di leggere sui quotidiani delle perdite di RBS e del cambio al vertice di UBS.

Freneticamente si ricerca la fiducia perduta, ma per ritrovarla c’è bisogno di credibilità, che si ottiene solo con numeri esatti e misure corrette. E ad oggi, i mercati ricordano che non vi sono né gli uni né le altre.